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Quale futuro oltre Glasgow

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Centrale elettrica alimentata con carbone, Lake Side, Utah, Stati Uniti (Mscalora, Wikimedia.org

Gli effetti sul cambiamento climatico causato delle emissioni di gas climalteranti nell’atmosfera terrestre aumentano quotidianamente sia per intensità sia per frequenza. Sebbene i danni per il pianeta e per le specie che su esso vi abitano, inclusa la specie umana, siano scientificamente indiscutibili, la comunità mondiale non riesce a trovare una via per cambiare rotta e, successivamente, avviare un circolo virtuoso che in una manciata di decenni riporti l’aumento delle temperature terrestri sotto controllo. I risultati raggiunti alla Conferenza delle parti di Glasgow rappresentano un passo in avanti verso il contenimento dell’alterazione della biosfera, sebbene molto modesto e, forse, inadeguato all’emergenza a cui gli stati nazionali sono tenuti a rispondere. I grandi emettitori di anidride carbonica generata principalmente dall’uso del carbone e di altri combustibili fossili si oppongono alla loro eliminazione per ragioni di sviluppo economico, comprensibili ma non sempre condivisibili, preferendo un’azione orientata alla graduale riduzione, ma in un arco temporale di quasi cinquanta anni, un tempo troppo lungo per evitare la catastrofe.


In occasione della Settimana europea dell’energia sostenibile promossa dalla Commissione europea, Ursula von der Leyen, presidente della stessa Commissione, ha dichiarato che “l’Unione europea farà di tutto per rendere la COP26 di Glasgow un successo.”[1]

Questa promessa, sebbene lessicalmente diversa, richiama alla mente un’altra memorabile dichiarazione di un’altra figura di vertice della UE, a dimostrazione che lo stile del professor Mario Draghi ha lasciato un segno indelebile nella cultura e nella memoria degli europei, tedeschi inclusi.[2]

L’Unione europea è determinata ad attuare l’Accordo di Parigi, sottoscritto dai suoi paesi membri nel 2015, dopo la XXI Conferenza delle parti (COP21), e ratificato in quelli successivi, per divenire non solo uno dei principali riferimenti mondiali per la definizione di regole e obiettivi, ma anche per essere la prima economia e società al mondo con impatto climatico zero entro il 2050.

Il primo obiettivo intermedio di riduzione interna netta delle emissioni di gas a effetto serra è di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, si tratta di impegni non solo politici ma formalmente legali per ciascuno dei suoi paesi membri.[3]

Nel suo ultimo rapporto, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), un organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici con sede a Ginevra, riporta che nel 2019, anno delle ultime misurazioni, le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica (CO2) sono state le più alte degli ultimi due milioni di anni, mentre le concentrazioni di altri gas climalteranti come metano (CH4), e ossido di diazoto (N2O), sono state le più alte degli ultimi ottocentomila anni, e che la relazione tra le emissioni cumulative di CO2 antropiche e il riscaldamento globale è quasi lineare.[4]

Secondo il World Resources Institute, un’organizzazione no-profit di ricerca mondiale fondata nel 1982 a Washington per volere dell’avvocato ambientalista James Gustave Speth, ai dati attuali, la Repubblica Popolare Cinese immette nell’atmosfera il 24% delle emissioni globali di gas climalteranti, mentre l’Unione europea meno del 7% su un totale di 48,93 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica (Gt CO2e),[5] un rapporto squilibrato rispetto alle rispettive quote mondiali di prodotto interno lordo (PIL), le quali sono pressoché uguali.[6]

Il PIL rappresenta, e rimane, l’indicatore di riferimento più coerente, poiché rapportare le emissioni in valore assoluto alla popolazione residente è operazione legittima ma fuorviante, sia da una prospettiva di responsabilità sia da una prospettiva delle azioni da intraprendere per risolvere il problema che attanaglia e attanaglierà il pianeta per tutto il ventunesimo secolo.

L’Unione europea può, e potrà, fare poco o nulla per centrare l’obiettivo del surriscaldamento terrestre al di sotto di 1,5 °C entro il 2050 senza che la Cina si sieda al tavolo di lavoro insieme agli Stati Uniti e agli altri grandi paesi emettitori come Russia e India.

In questo scenario, è fondamentale che gli stati della UE convincano il resto della comunità internazionale a condividere la medesima ambizione di infondere nella società civile e nel mondo economico una direzione di sviluppo pienamente sostenibile.

L’Unione europea può attraverso una politica esterna attiva che si fondi, come dichiarato dal Consiglio europeo, sulla diplomazia climatica nei consessi multilaterali e bilaterali per promuovere azioni e obiettivi per il perseguimento di una transizione planetaria verso la neutralità̀ climatica, come pure sui finanziamenti per il clima a sostegno dei paesi in via di sviluppo per favorire azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici e di adattamento ai suoi effetti.

Con una politica esterna virtuosa imperniata sul raggiungimento del consenso, l’Unione europea può creare le condizioni affinché la comunità mondiale avanzi come un’unica forza, i cui risultati, però, saranno visibili solo nel lungo periodo.

L’Unione europea ha ben chiaro che deve associare, accanto a una politica esterna orientata al principio di condivisione equa e socialmente giusta degli sforzi, una politica interna fattuale che dia risultati efficaci con effetti tangibili nel breve-medio periodo sul benessere dei propri cittadini e delle proprie imprese.

La politica interna si è tradotta nel pacchetto denominato «Fit for 55», che include una serie di azioni concentrate su energia e trasporti allo scopo di allineare le attuali leggi agli obiettivi climatici per il 2030, avendo sempre come riferimento la neutralità climatica del 2050, aggiungendovi un obiettivo climatico intermedio per il 2040 da stabilire nei prossimi anni.[7]

Il pacchetto di proposte legislative della Commissione – che deve ancora essere tradotto in impegni vincolanti – rappresenta a tutti gli effetti il contributo che l’Unione europea prevede di apportare nel raggiungimento dell’Accordo di Parigi e che ha presentato alla comunità internazionale durante la Conferenza delle parti di Glasgow (COP26) allo scopo di trasformare le proposte del pacchetto in standard internazionali.

Il piano europeo è molto ambizioso, come pure quello di Stati Uniti, Regno Unito, Canada e di altri paesi con economie emergenti, ma come mostra il Climate Action Tracker, un gruppo di ricerca tedesco con l’obiettivo di monitorare le azioni per ridurre le emissioni di gas serra di 32 paesi responsabili di oltre l’80% delle emissioni globali, ci sono paesi grandi emettitori come Cina e Corea del Sud con programmi poco ambiziosi, mentre altri paesi ancora, come Russia, Indonesia e Brasile, presentano progetti per niente ambiziosi.[8]

Si profila un quadro politico verso il quale l’Unione europea dovrà mostrarsi seriamente preoccupata, se non contrariata per il diseguale impegno dei paesi alla lotta al cambiamento climatico, pur manifestando la sua intenzione alla piena collaborazione.

Lo schema del piano europeo prevede la revisione di una serie di normative che portino successivamente a interventi di miglioramento riguardanti principalmente l’energia e i trasporti, dal sistema di scambio di quote di emissione alle energie rinnovabili, dall’eliminazione progressiva del carbone alle emissioni di CO2 da veicoli per il trasporto su strada, interventi che in moltissime circostanze non hanno pari nel mondo.

L’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) riporta che più di un quarto delle emissioni di gas serra nella UE è generato dalla produzione e distribuzione di energia su un totale di 3,625 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica. Ma la porzione diventa di tre quarti del totale quando si aggiungono le emissioni generate dal consumo della stessa energia prodotta e fornita, conseguentemente il processo di decarbonizzazione del settore energetico è dunque un elemento centrale della transizione verde.[9]

Il pacchetto Fit for 55 prevede un aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili dall’attuale 32% al 40% entro il 2030, ma sebbene l’energia elettrica generata da acqua, sole e vento è idealmente illimitata, presto o tardi si raggiungerà un limite fisico non più oltrepassabile, sia per questioni di capacità produttiva sia perché il loro utilizzo dipende da determinate condizioni meteorologiche.

L’Unione europea vuole superare questo limite strutturale puntando sull’integrazione dell’intero sistema energetico europeo rendendolo più interconnesso, più circolare e più diretto, dunque più efficiente e meno costoso per cittadini e imprese, rappresentando poi un altro importante passo in avanti verso una piena integrazione delle istituzioni comunitarie.

Alle tradizionali energie rinnovabili si vuole aggiungere l’idrogeno rinnovabile, prodotto usando energia eolica e solare, ma nel breve-medio periodo si possono accettare anche altre forme di idrogeno a basse emissioni di carbonio per ridurre rapidamente le emissioni e sostenere la creazione di un mercato redditizio.

Complementare allo sviluppo delle energie rinnovabili è la chiusura degli impianti per la produzione di energia elettrica alimentati con carbone che rappresentano nell’Unione europea circa il 13% della produzione totale di elettricità.

Il carbone è anche un importante motore economico per alcuni stati della UE, poiché fornisce lavoro per via diretta e indiretta a circa mezzo milione di persone tra miniere, centrali elettriche e attività secondarie, nella gran parte concentrati nei paesi centrorientali.[10]

Il declino della produzione di energia europea a base di carbone è una realtà in corso da un decennio oramai, un destino ineluttabile che si realizzerà gradualmente, poiché già entro il 2021 nove paesi abbandoneranno definitivamente l’economia del carbone, mentre entro il 2040 dovrebbero abbandonarla tutti gli altri, incluse Germania, Francia e Italia.

Per paesi come Polonia e Repubblica Ceca rimane però una grande incognita, dato che se non ci saranno adeguamenti, questi due paesi rimarranno in un perenne stato agonizzante producendo un’energia sporca non compatibile con il futuro sistema energetico europeo, integrato, connesso, efficiente e flessibile al servizio di cittadini e imprese.[11]

La riconversione delle attività produttive sarà complessa ma possibile – tra oggi è il 2050 vi è di mezzo il tempo per una nuova generazione di cittadini – e rappresenta un grande prova di coerente impegno per richiedere agli altri grandi consumatori di carbone, Cina fra tutti, di prendere uguali decisioni per dimensioni, impatto e tempi di realizzazione.

Nel mondo, l’Unione europea è l’architettura politica ed economica più articolata, il mercato più grande e ricco, la potenza diplomatica per eccellenza, il principale riferimento per diritti civili, equità e inclusione sociale.

Se la COP26 di Glasgow deve essere ricordata ai posteri come il momento in cui il mondo decise finalmente di lavorare insieme per affrontare la più grande minaccia a cui l’umanità era mai stata sottoposta prima, allora il dopo-Glasgow è l’occasione per l’Unione europea di assumere per i prossimi cento anni una leadership morale del mondo, e di fare del ventunesimo secolo il secolo europeo.

L’articolo è stato pubblicato in forma integrale ed estesa da Aspenia online il 12 novembre 2021.

Riferimenti: [1] The European Union will do everything to make COP26 a successSpeech by President von der Leyen at the European Sustainable Energy Week, European Commission, 25 October 2021; [2] We are ready to do whatever it takes to preserve the euro, Speech by Mario Draghi, President of the European Central Bank at the Global Investment Conference, European Central Bank, 26 July 2012; [3] Regolamento (Ue) 2021/1119 del Parlamento europeo e del Consiglio, Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione europea, 30 giugno 2021; [4] Climate Change 2021, Intergovernmental Panel on Climate Change, August 2021; [5] Historical GHG Emissions, Climate Watch, 2018; [6] GDP (current US$), The World Bank, 2020; [7] Pronti per il 55%, Consiglio europeo, 11 ottobre 2021; [8] CAT Climate Target Update Tracker, Climate Action Taker, last updated 27 October 2021; [9] Where does our energy come from?, European Commission, 2019; [10] EU coal regions: opportunities and challenges ahead, European Commission, 31 July 2018; [11] Coal regions in transition, European Commission, 22 October 2021.