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Le preoccupazioni delle imprese • Sondaggio 2026

I risultati del sondaggio condotto tra le aziende del Cantone Ticino e del Grigioni italiano sulle maggiori preoccupazione per il nuovo anno 2026 mostrano anche questa volta un quadro chiaro delle priorità percepite dalle aziende ticinesi e grigionesi di lingua italiana. La preoccupazione dominante è l’aumento generale dei costi aziendali, che emerge come il fattore più pressante e suggerisce un contesto di forte sensibilità rispetto a inflazione, rincari operativi e margini sotto pressione. Subito dopo si collocano la pressione fiscale e la complessità amministrativa e le difficoltà nel reperire personale qualificato, segnalando come le imprese sentano sia il peso della regolamentazione sia una crescente tensione sul mercato del lavoro specializzato. Per fronteggiare queste preoccupazioni, che sono in realtà rischi che imprenditori e manager intravedono all’orizzonte, le imprese dovrebbero elaborare specifici piani aziendale, o anche «business plan», i quali, quando ben studiati, possono assicurare redditività e crescita dell’azienda anche in contesti avversi e incerti, un’attività che ogni impresa dovrebbe svolgere con costanza.


Per le aziende ticinesi e per le aziende grigionesi dei comuni di lingua italiana le tre principali preoccupazioni per l’anno che sta per iniziare sono:

  • aumento generale dei costi aziendali
  • pressione fiscale e complessità amministrativa
  • difficoltà nel reperire personale qualificato

Su una scala da 1 a 100, le aziende rispondenti hanno assegnato un grado medio di importanza di 58,0 punti all’aumento generale dei costi aziendali.

Si tratta di una preoccupazione fondata, la quale però deve essere letta con attenzione rispetto ai dati macroeconomici. Nel 2025, infatti, l’inflazione complessiva in Svizzera è stata molto bassa, con tassi attorno allo 0–0,2% su base annua o addirittura leggermente negativi in alcuni mesi. Questo significa che i prezzi di beni e servizi per i consumatori non sono aumentati in modo marcato, e comunque piuttosto contenuti.

Tuttavia, l’andamento dei costi specifici delle imprese non coincide perfettamente con l’inflazione al consumo. Questo anno, infatti, i salari effettivi in Svizzera hanno registrato aumenti medi dell’1,2% secondo i dati ufficiali sugli accordi salariali nei contratti collettivi di lavoro. Anche se questi incrementi sembrano modesti, per molte piccole e medie imprese – dove il costo del lavoro rappresenta una quota significativa dei costi totali – anche una crescita contenuta può pesare sui margini, specie in settori con alta intensità di manodopera.

È importante però notare che gli aumenti salariali non sono storicamente alti di per sé, quanto piuttosto in un confronto con la bassa inflazione.

Agli aumenti dei salari, si aggiungono poi costi specifici come affitti commerciali, energia, assicurazioni sociali e servizi professionali, che spesso seguono dinamiche indipendenti dall’inflazione ufficiale, ma che possono incidere in maniera significativa sui conti aziendali.

In questo contesto, la preoccupazione per l’aumento generale dei costi aziendali non è una semplice «lamentela», quanto piuttosto una combinazione di dinamiche reali quali costi del lavoro e costi specifici aziendali come energia, affitti, oneri sociali che continuano a creare pressione reale sui bilanci delle imprese.

In particolare, per le imprese a forte vocazione locale, con margini legati a mercati territoriali limitati e concorrenza transfrontaliera relativamente intensa, anche piccoli aumenti incidono rapidamente sulla redditività.

La preoccupazione risulta quindi fondata, anche se non riflette un clima inflazionistico generalizzato, ma è l’effetto cumulativo di voci di spesa strutturalmente elevate che comprimono i margini delle imprese.

Dopo l’aumento generale dei costi aziendali, al secondo posto tra le preoccupazioni delle imprese svizzere nei territori di lingua italiana è il fattore pressione fiscale e complessità amministrativa che raffigura la vera novità emersa nel sondaggio di quest’anno, al quale le aziende rispondenti hanno assegnato un grado medio di importanza pari a 54,5.

Questa preoccupazione è in buona parte fondata, soprattutto da una prospettiva intercantonale. Anche se la Svizzera mantiene un’imposizione societaria competitiva a livello internazionale, le differenze cantonali sono marcate e incidono sulla percezione delle aziende.

Il Cantone Ticino presenta un’aliquota fiscale complessiva sugli utili societari attorno al 19%, collocandosi nella fascia alta dei cantoni, mentre i Grigioni si attestano intorno al 14–15%, più vicini alla media federale. Si tratta di un differenziale non marginale, poiché un divario del 4-5% sull’utile netto può pesare sulla capacità di autofinanziarsi, di investire e di conservare liquidità.

Alla pressione fiscale diretta si aggiunge quella indiretta, composta di contributi sociali, costi di consulenza, adempimenti contabili e aggiornamenti normativi che richiedono tempo e risorse. Per imprese senza reparti amministrativi strutturati, ogni variazione normativa — fiscale, previdenziale o procedurale — si traduce in un aumento di ore-lavoro o in spese esterne aggiuntive.

La complessità amministrativa deriva dalla stratificazione tipica del sistema svizzero con norme federali, cantonali e specificità comunali che convivono e richiedono attenzione costante. Tale complessità non è necessariamente sinonimo di inefficienza, ma implica un carico gestionale più alto rispetto a sistemi più centralizzati.

Per una piccola-media impresa, questa condizione può implicare che una parte non trascurabile delle proprie risorse sia destinata a compiti amministrativi a scapito di attività produttive, commerciali o innovative, oppure può rallentare tempi decisionali e aumentare i costi operativi, soprattutto in settori a bassa marginalità.

La terza più importante preoccupazione per il 2026 delle imprese della Svizzera italiana è la difficoltà nel reperire personale qualificato, pari a 54,2 punti.

I risultati di un sondaggio condotto da Zhu+Rich Sagl nella primavera scorsa mettevano in evidenza che l’84,6% delle imprese rispondenti affermava di avere difficoltà nel trovare personale adatto alla propria realtà.

Anche i dati dell’Ufficio federale di statistica confermano la medesima difficoltà, sebbene con un numero di imprese che oscilla intorno al 20%.

Per le imprese della Svizzera italiana si tratta di un fenomeno reale e persistente, con le difficoltà maggiori che riguardano in particolare il personale con qualifiche professionali superiori (apprendistato avanzato o formazione accademica), mentre la ricerca di personale con basse qualifiche risulta meno problematica.

Un altro indicatore della tensione sul mercato del lavoro è la bassa disoccupazione.

Le principali preoccupazioni delle aziende ticinesi e grigionesitaliane per il 2026

Nel 2025 il tasso di disoccupazione in Ticino si è attestato attorno al 2,4%, leggermente inferiore alla media nazionale, mentre nei Grigioni è complessivamente addirittura più basso, pari a circa l’1,1%. Questi valori mostrano che la maggior parte delle persone disponibili è già occupata, riducendo naturalmente il numero di candidati liberi e aumentando la competizione tra imprese per garantirsi il personale qualificato.

La dinamica transfrontaliera è un ulteriore elemento distintivo per il Ticino, con molte imprese che cercano personale oltre confine, spesso in Italia, e in alcuni casi oltre il 50% delle assunzioni di figure qualificate coinvolge lavoratori oltre frontiera. Questo riflette sia la scarsità locale di alcune competenze sia l’importanza dei flussi di frontalieri nel tessuto economico cantonale.

Le ragioni strutturali dietro a queste difficoltà combinano più fattori come un mercato del lavoro relativamente ristretto e competitivo, un’offerta di lavoratori qualificati non sempre corrispondente alla domanda aziendale in termini di specializzazione, tendenze demografiche sfavorevoli come l’invecchiamento della popolazione come pure carenza di certe competenze tecniche.

Altre preoccupazioni che meritano di essere almeno menzionate riguardano un secondo blocco che include il fattore sicurezza informatica e protezione dei dati (46,2) ed evoluzione della domanda di mercato (44,1), che indicano che le imprese sono consapevoli dei rischi digitali e dei mutamenti nelle preferenze dei clienti. A ciò si aggiunge un interesse rilevante per la digitalizzazione e aggiornamento tecnologico (42,7), visto come un’esigenza più che come un’opportunità. La crescente concorrenza internazionale e transfrontaliera (42,0) contribuisce a un quadro in cui la competitività esterna appare instabile e difficile da presidiare.

Infine, con valori leggermente inferiori ma ancora significativi, emerge un terzo blocco di preoccupazioni legate alla dimensione interna e finanziaria delle imprese, ovvero i fattori di motivazione e produttività dei collaboratori (38,9), di oscillazioni del cambio franco–euro (37,2) e di condizioni di credito e tassi d’interesse (36,5). Questi elementi, pur meno prioritari, indicano comunque una percezione di vulnerabilità sul fronte sia organizzativo sia macroeconomico.

Dimensioni aziendali, distretto e attività economica

Le preoccupazioni per il 2026 mostrano un chiaro effetto dimensionale. Le microimprese (1-9 addetti) risultano più sensibili ai costi operativi (60,9) e alla pressione regolatoria (54,9) riflettendo risorse limitate e forte esposizione a rincari e burocrazia. Nelle piccole imprese (10-49 addetti) emergono invece come prioritarie le difficoltà di reperire personale qualificato (57,4) e la pressione fiscale (57,4), segno di una crescente necessità di competenze e struttura amministrativa. Le medie imprese (50-249 addetti) spostano l’attenzione sulla sicurezza informatica (66,7) e sulla digitalizzazione (58,3) alle quali è poi legata una carenza di profili specializzati (62,5), coerentemente con processi più complessi e infrastrutture più esposte. Le grandi imprese (oltre 249 addetti) confermano la centralità della sicurezza cibernetica (75) e l’assenza di capitale umano (75) associato.

Le preoccupazioni mostrano una forte eterogeneità tra i distretti. Aree urbane come Lugano e Bellinzona esprimono timori equilibrati, con enfasi su costi aziendali, personale qualificato e pressione fiscale. Le aree periferiche presentano invece picchi marcati: Leventina registra valori estremi in quasi tutte le voci, indicando fragilità strutturali e necessità di risorse specializzate; Moesa evidenzia polarizzazioni nette tra temi molto rilevanti e altri irrilevanti, segno di un tessuto imprenditoriale ristretto. Locarnese e Mendrisiotto mostrano un profilo intermedio, con particolare attenzione a costi, concorrenza e digitalizzazione. Nel complesso emerge un territorio variabile con priorità che oscillano tra fabbisogni di competenze, pressione amministrativa e costi.

L’analisi per attività economica evidenzia priorità molto differenziate. Manifattura, costruzioni, commercio e trasporti mostrano i livelli più alti di preoccupazione, soprattutto per aumento dei costi, reperimento di personale qualificato e pressione fiscale, a causa di strutture operative complesse. Alloggio e ristorazione presentano criticità diffuse su più fronti, mentre le attività amministrative e di supporto risultano fortemente esposte sul capitale umano. I settori professionali, finanziari e immobiliari mostrano profili più selettivi e meno intensi. Nel complesso emerge un’economia eterogenea, in cui le preoccupazioni crescono con l’intensità operativa.

Quali azioni

Un piano aziendale, o anche «business plan», quando è ben studiato può assicurare la redditività e la crescita dell’azienda anche in contesti avversi e incerti, una attività che ogni impresa dovrebbe svolgere con costanza.

Per gestire in modo efficace l’aumento generale dei costi aziendali, le imprese possono adottare un approccio strutturato e progressivo, tipico del project management. Il primo passo è una mappatura completa dei processi per individuare inefficienze, colli di bottiglia e attività a basso valore. Questa analisi consente di definire priorità chiare, stimare potenziali risparmi e progettare interventi mirati di automazione, digitalizzazione o revisione dei flussi operativi. Sul fronte acquisti è utile negoziare contratti pluriennali con fornitori affidabili, valutare opzioni regionali e centralizzare la gestione degli ordini per ottenere economie di scala. Un monitoraggio regolare dei consumi energetici, unito a interventi mirati come LED, sistemi di controllo intelligenti e manutenzione preventiva, permette di ridurre costi immediati e rischi futuri. Anche una revisione ragionata dei listini clienti, comunicata con trasparenza, aiuta a preservare i margini. Un piano trimestrale con obiettivi intermedi, budget, indicatori di prestazione e momenti di revisione consente di mantenere disciplina operativa, misurare l’impatto delle iniziative di miglioramento e correggere rapidamente eventuali scostamenti.

Per affrontare la pressione fiscale e complessità amministrativa, le imprese possono adottare una strategia strutturata di semplificazione e controllo. La digitalizzazione dei processi – contabilità, fatturazione, gestione paghe, scadenze fiscali – riduce errori, elimina attività ripetitive e libera tempo prezioso per funzioni a maggiore valore aggiunto. Una revisione fiscale annuale con consulenti locali aiuta a identificare deduzioni, incentivi cantonali e opportunità spesso trascurate, soprattutto per le imprese a prospettiva regionale con margini limitati. Standardizzare le procedure ricorrenti tramite micro‐manuali interni (gestione fornitori, note spese, approvazioni) riduce i rischi e aumenta la continuità operativa. L’esternalizzazione mirata di funzioni amministrative ripetitive può generare risparmi e garantire aggiornamento normativo costante.

Creare un progetto interno di «semplificazione amministrativa», con un responsabile, obiettivi trimestrali e indicatori di prestazione di riduzione di tempi e costi, permette di monitorare i progressi, aumentare la trasparenza e costruire un sistema amministrativo più leggero.

Per rispondere alla carenza di personale qualificato, le imprese dovrebbero integrare strumenti di gestione delle risorse umane con un approccio progettuale. Investire in formazione interna, riqualificazione e piani di crescita riduce la dipendenza dal mercato esterno, aumentando la fidelizzazione dei collaboratori. Le collaborazioni con scuole professionali, centri di competenza, enti regionali e istituti tecnici del territorio, insieme a partnership transfrontaliere, ampliano il bacino di candidati e facilitano l’incontro tra domanda e offerta. Rafforzare la reputazione dell’impresa con iniziative di comunicazione, benefit non salariali, flessibilità organizzativa e percorsi di inserimento strutturati migliora l’attrattività dell’impresa. Un piano per le risorse umane dedicato al 2026 – con ruoli critici, fabbisogni, budget, tempistiche e canali di ricerca – consente di gestire in modo sistematico il reclutamento. L’introduzione di programmi di tutoraggio, rotazione e sviluppo delle competenze crea continuità operativa e riduce il numero di persone che lasciano l’impresa, un fenomeno costoso e frequente.

Nel nuovo anno che sta per arrivare, le imprese ticinesi e grigionitaliane possono affrontare queste «dieci preoccupazioni» non come problemi isolati, ma come elementi interconnessi di un medesimo scenario. L’adozione di un approccio progettuale – fatto di obiettivi chiari, responsabilità definite, priorità realistiche e monitoraggio continuo – permette di trasformare l’incertezza in un fattore di adattamento e resilienza. In un contesto regionale competitivo e maturo, la capacità di gestire il cambiamento – organizzativo, tecnologico e generazionale – in modo strutturato diventa uno dei principali fattori di successo.

A conclusione del rapporto finale è inclusa l’intervista a Angelo Richiello, direttore generale di Zhu+Rich Sagl, che commenta in prima persona i risultato del sondaggio.

Per scaricare il documento completo cliccare Le preoccupazioni delle imprese per il 2026.