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Joe Biden e la transizione energetica americana

Roscoe Wind Farm at sunrise, Fredlyfish4, wikimedia.org

Joe Biden vince su Trump e con lui le sue politiche ambientali, almeno quelle che ha promesso e che si attendono per i prossimi quattro anni e oltre. Investimenti imponenti che puntano a una riconversione globale della società americana, una delle più energivore del mondo e, anche, una delle più inquinanti. Studi e ricerche mostrano che i vantaggi per i cittadini non si traducono solo in salute e benessere ma anche in risparmi e occupazione, con nuove professioni che nascono e altre spariscono. La domanda rimane sempre la stessa, ovvero se i gas serra emessi nell’atmosfera per produrre un generatore di energia elettrica alimentato dal vento oppure un’auto elettrica siano superiori o inferiori alle emissioni risparmiate , ma questa è una questione che necessita di decenni per essere risolta, e si deve pur partire da un punto, imperfetto ma pur sempre carico di aspettative e speranze di fronte a un pianeta sempre più caldo con conseguenze catastrofiche sull’ecosistema. Gli Stati Uniti è l’unico paese al mondo che, col suo presidente uscente, non ha aderito agli accordi di Parigi, e un mondo non guidato dagli Stati Uniti è un mondo zoppo e in balia di opache potenze economico-militari.


A memoria d’uomo, mai in nessuna campagna per le presidenziali degli Stati Uniti d’America, le politiche energetiche hanno avuto un ruolo così importante come in quella che si è appena conclusa. Evidentemente, la questione fattuale e oggettiva dei cambiamenti climatici, al netto delle ineliminabili frange negazioniste che pur si trovano in qualunque fenomeno sociale o storico – dicasi del Covid-19 o peggio ancora della sfericità del pianeta Terra – è oramai una questione politica ed economica che deve ineluttabilmente essere affrontata di petto, che si parteggi a destra o a sinistra, che si sia repubblicani o democratici, perché a rischio di fallimento ci sono le nostre comunità locali tanto quanto la comunità globale.

Da una parte abbiamo avuto Donald Trump, candidato nazionalista, razzista, sessista, con chiari sintomi di deficienza cognitiva, come afferma Bérengere Viennot nel suo La lingua di Trump,[1] appoggiato dallo schieramento repubblicano, che durante il suo primo mandato si è sempre presentato come difensore e protettore dei combustibili fossili, in particolare del carbone, con il dichiarato intento di affermare la dominanza energetica degli Usa nel mondo prima attraverso l’indipendenza energetica e poi attraverso le esportazioni di petrolio e gas.

Dall’altra parte il democratico Joe Biden, uomo moderato, cattolico praticante di buona tradizione irlandese, non un rivoluzionario dunque, ma indubbiamente un genuino sostenitore della transizione energetica, sia per credo personale, sia per partito preso, sia per lo sviluppo economico e sociale che l’industria delle energie rinnovabili promette e, molto probabilmente, anche per necessaria contrapposizione tattica al suo avversario alla corsa alla presidenza della confederazione americana.

La questione è complessa e controversa, non riducibile a pochi slogan, spesso incoerenti e contraddittori, ma la politica è anche fatta di slogan – come quelli che hanno permesso al presidente Mao Zedong di governare la Repubblica Popolare Cinese per trent’anni, dalla Campagna dei cento fiori al Grande balzo in avanti – e a questo dobbiamo pure rassegnarci, ma fin quando la questione è circoscritta alle sole opinioni, allora tutto è possibile, ma siccome non tutto accade, è bene che si passi a qualche evidenza per diradare le nebbie alzate dal dibattito politico che, per fini elettorali, si rivolge spesso al solo basso ventre dei cittadini e delle cittadine.

Partiamo dall’Accordo di Parigi tra gli stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici riguardo alla riduzione di emissione di gas serra a partire dall’anno 2020 al fine di contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto della soglia di 2 °C oltre i livelli preindustriali. Ebbene, se l’accordo viene sottoscritto da 195 paesi dei 196 internazionalmente riconosciuti sovrani,[2] allora, per il teorema di Bernoulli, meglio noto come legge dei grandi numeri, possiamo affermare che le ragioni dell’accordo sono vere, e se poi quattro anni dopo la sottoscrizione, gli Stati Uniti, per volere esplicito del suo presidente antiambientalista Donald Trump, si ritirano dall’accordo, allora, sempre per la legge dei grandi numeri, le ragioni degli Stati Uniti e del suo presidente sono false. Dell’accordo rimangono a farvi parte tutti i più grandi paesi produttori di combustibili fossili, dall’Arabia Saudita e alla Russia, che con i loro rispettivi undici milioni di barili al giorno sono seconde solo agli Stati Uniti, fino all’Italia con i suoi 89mila barili al giorno passando per la Cina, il Canada, l’Iran, l’Iraq e tanti altri ancora.[3]

Proseguiamo poi col grande terrore di fronte a un aumento della spesa delle famiglie statunitensi a seguito di una riduzione, o perfino, un’eliminazione della quota di energia generata da combustibili fossili che, secondo alcuni politici come Frank Lasee, ex senatore repubblicano del Wisconsin, arriverebbe fin oltre i cinquecento dollari al mese con conseguente spostamento di attività economiche nazionali verso la Cina e altri paesi con costi energetici inferiori, affermazioni però mai, o quasi mai, supportate da dati veritieri prodotti da fonti attendibili.[4] Tutt’altra faccenda è il risultato di Rewiring America, un’organizzazione non-profit dedita a studi sulle politiche energetiche che, nel suo recentissimo studio No place like home, mostra come gli Stati Uniti risparmierebbero ogni anno 321 miliardi di dollari, pari a quasi 2.585 dollari annui per famiglia, senza installare o utilizzare alcuna tecnologia miracolosa, ma semplicemente riscaldando le proprie abitazioni con pompe di calore e sostituendo i propri veicoli a benzina con auto elettriche alimentate da sole energie rinnovabili.[5]

E chiudiamo con quello che lo sceicco saudita Ahmed Zaki Yamani, dunque non un ambientalista-integralista, dichiarò informalmente qualche decennio fa, precisamente che l’età della pietra non è finita perché finirono le pietre, e che l’età del petrolio non finirà perché finirà il petrolio. Da questa semplice frase possiamo dedurre che l’industria petrolifera si sta avviando, anche se a fasi alterne, verso un inevitabile consolidamento con conseguente riduzione di posti di lavoro. Secondo The future of work in oil, gas and chemicals, uno studio pubblicato da Deloitte nell’ottobre scorso, l’industria del petrolio, del gas naturale e della chimica negli Stati Uniti ha eliminato 107mila posti di lavoro tra marzo e agosto di quest’anno, un tasso di esubero mai visto prima in questa industria, certamente condizionato dagli effetti della pandemia da Covd-19, ma certamente sintomatico del proprio stato di salute e del futuro che lo attende.[6]

Quel che conta invece, è che se da un lato l’occupazione dà evidenti segni di contrazione in una data industria, dall’altro cresce in un altra, ed è precisamente quel che sta accadendo all’industria delle energie rinnovabili. Secondo la National Association of State Energy Officials, gli occupati nell’industria delle energie rinnovabili crescono ogni anno a un tasso medio del 6% e rappresentano oggi il 40% della forza lavoro dell’intera industria energetica.[7] Inoltre, secondo l’American Council of Renewable Energy, i lavoratori nell’industria dell’energia pulita americana sono pagati il 25% in più del salario medio degli Stati Uniti e hanno maggiori probabilità di potersi associare in sindacati e di beneficiare di prestazioni sanitarie e pensionistiche.[8]

Joe Biden, Kamala Harris e gli altri membri della loro squadra hanno ben capito che in questo momento di profonda crisi c’è l’opportunità di costruire un’economia più resiliente e sostenibile, che può mettere il loro paese su quel percorso obbligato, e forse irreversibile, per raggiungere emissioni nette zero entro il 2050, un’opportunità da cogliere che può realmente creare nuove professioni, nuove imprese e conseguentemente milioni e milioni di nuovi posti di lavoro ben qualificati e ben pagati.

Il programma del nuovo presidente prevede di espandere il settore dell’energia pulita attraverso lo stanziamento di duemila miliardi di dollari nei primi quattro anni della sua presidenza, un piano molto ambizioso, soprattutto nei tempi di realizzazione, che per qualcuno è quasi irrealizzabile al punto di definirlo un piano da economia pianificata, ma la cifra degli investimenti è in linea con stime già previste da altri centri di ricerca come quella di circa un anno fa della Wood Mackenzie, un centro di ricerca e consulenza su energia e materie prime con sede a Edimburgo e con venticinque sedi in tutto il mondo, che prevede investimenti per circa 4,5 trilioni di dollari in un arco di dieci-venti anni per aggiungere alla rete elettrica nazionale quei 1.600 gigawatt di potenza prodotti con sola energia eolica e solare per sostituire definitivamente l’energia prodotta da fonti fossili.[9] Ma Joe Biden va oltre la semplice espansione della capacità produttiva di energia elettrica, il suo piano spazia dalle infrastrutture alle auto elettriche, dai mezzi di trasporto pubblici alle abitazioni, dalla banda larga 5G alla riconversione di siti industriali dismessi, i cosiddetti brownfield, tutto rigorosamente made in U.S.A e senza che nessuno sia escluso o privato del benessere da esso generato.

“Sì, abbandonerei l’industria petrolifera”[10] ha dichiarato durante la sua campagna elettorale Joe Biden alla National Public Radio, un’organizzazione indipendente non-profit comprendente oltre 900 stazioni radio statunitensi. Sicuro, Joe Biden non potrà bloccare le attività di estrazione di gas metano dai quei giacimenti definiti non convenzionali per la loro posizione nel sottosuolo, fino a quattromila metri di profondità, che hanno permesso agli Stati Uniti di raggiungere in pochi anni l’indipendenza energetica, le cui tecniche di perforazione e fratturazione idraulica producono però sostanziali effetti collaterali sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani come emissioni atmosferiche, contaminazione delle falde acquifere, sfruttamento del suolo, elevati consumi di acqua, terremoti e inquinamento acustico, ma questa volta non c’è nessuna alternativa, gli Stati Uniti sono arrivati al capolinea, o invertono la rotta o il mondo si spacca in due. E che nessuno rimanga a guardare, l’Unione europea prima su tutti.

L’articolo è stato pubblicato in lingua inglese e in forma ridotta da Aspenia online il 2 dicembre 2020 ed è stato discusso alla Radio della Svizzera Italiana l’11 gennaio 2021.

Riferimenti:
[1] La lingua di Trump, Bérengere Viennot, Einaudi, 2019; [2] Paris agreement, Organizzazione delle nazioni unite, consultato il 22 novembre 2020; [3] Statistical review of world energy, British Petroleum, giugno 2020; [4] Biden’s energy policy would cost American families thousands, RareClear Energy, 2 novembre 2020; [5] No place like home, Rewiring America, 21 ottobre 2020; [6] The future of work in oil, gas and chemicals, Deloitte, 5 ottobre 2020; [7] 2020 U.S. energy & employment report, National Association of State Energy Officials, 15 giugno 2020; [8] Clean energy jobs pay 25% more than national median, American Council on Renewable Energy, 22 ottobre 2020; [9] Decarbonising US power grid ‘may cost US$4.5 trillion’, Wood Mackenzie, 27 giugno 2019; [10] Breaking down Joe Biden’s plan to make the U.S. carbon neutral, NPR, 25 ottobre 2020