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Le grandi sfide della Germania post-Merkel

Vecchio impianto per la produzione di calore alla Volkswagen a Wolfsburg, Richard Bartz, Wikimedia.com
Le elezioni federali tedesche del 26 settembre scorso sono apparse a molti come le più spasmodiche dei settant’anni di vita della federazione, senza però rendersi conto che la Germania è una delle comunità più aperte e multiculturali del pianeta, e che dalla caduta del Muro di Berlino molti sono stati i cambiamenti sociopolitici che si sono silenziosamente o tumultuosamente susseguiti: sistemi politici, mercati internazionali, tecnologie informatiche, stili di vita, modi di lavorare e molto altro ancora. Indipendentemente da chi sarà il prossimo cancelliere federale e da quali saranno i colori della prossima coalizione, le domande che si profilano all’orizzonte, e che attendono risposte tante volte rimandate dalla stessa Angela Merkel quanto troppo accondiscendente con gli umori dell’elettorato, riguardano una riconfigurazione del modello sociale ed economico tedesco dettata da agenti di cambiamento da affrontare improrogabilmente, sebbene su scale temporali diverse, come l’emergenza sanitaria e la ripresa economica, il riequilibrio di assetti geopolitici mondiali, la decarbonizzazione della società, in una Unione Europea che sarà sempre più unita e integrata.
A fine agosto il governo federale dichiarava che la pandemia non era ancora finita, che il numero dei casi di contagiati era di nuovo in aumento, che il valore dell’indice di contagio R era superiore a 1, come pure che altri importanti indicatori di valutazione dell’infezione mostravano segnali di peggioramento e, infine, che solo coloro che sono completamente vaccinati corrono un rischio moderato di contagiarsi e ancor meno di finire in un reparto di terapia intensiva.[1]
Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie di Solna, comune a pochi chilometri a nord di Stoccolma, a fine settembre la Germania registrava un numero totale di contagiati di COVID-19 di circa 48.470 casi per milione di abitanti e altrettanti 1.110 decessi, dati che, a prescindere dai criteri adottati per la classificazione, pongono la Germania al di sotto di Italia e Francia, senza però differenze sostanziali nell’ordine di grandezza,[2] cifre che richiederanno anni per essere rettificate e normalizzate.
In prospettiva della piena riapertura di tutte le attività sociali ed economiche, prima di tutto le scuole e i luoghi di lavoro, se ciò che conta è il numero di vaccinati con almeno due dosi, secondo i dati elaborati dal quotidiano online Politico, la Germania si posiziona al di sotto di Italia e Francia,[3] con una percentuale che non è destinata a grandi variazioni, se si tiene in conto del grande numero di persone che mostra avversione per la campagna vaccinale o, oltre ancora, adesione a teorie complottiste, come quando lo scorso settembre a Berlino, durante una manifestazione contro la «dittatura sanitaria», centinaia di manifestanti tentarono di assaltare il parlamento.
Secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2020 l’economia tedesca si è contratta poco meno del 5%, un risultato migliore di Francia e Italia, ma le nuove ondate di infezioni e blocchi della prima metà dell’anno hanno ostacolato il rimbalzo atteso.[4]
Sempre secondo l’istituto di Washington, per l’anno corrente gli indicatori previsionali indicano un aumento delle esportazioni e delle attività terziarie, in linea con i piani di riapertura e la domanda prevista, per una crescita di circa il 3,6%, ma irta di rischi per l’andamento della pandemia e della campagna vaccinale, come pure per la carenza di approvvigionamenti in settori chiave per il paese, come l’industria automobilistica, ma in ogni caso, una crescita inferiore al 5,8% della Francia e al 4,9% dell’Italia[5], in particolare per l’Italia, le ultime rilevazioni indicano una crescita intorno al 6%, ben oltre le previsioni.
La Germania è una dei grandi paesi beneficiari dell’ultima globalizzazione, quella che può essere definita delle catene globali del valore iniziata nel 1990, quando gli effetti della caduta della Cortina di ferro si riverberano sull’intero pianeta.
Uno studio della Bertelsmann Stiftung, una fondazione indipendente tedesca con sede Gütersloh, stima che dal 1990 al 2016 la Germania abbia avuto entrate generate dall’apertura dei mercati internazionali pari a un totale di 2.449 miliardi di euro di prodotto interno lordo, posizionandosi quarta nel mondo dopo Giappone, Stati Uniti e Cina, con una differenza rispetto a quest’ultima di soli 284 miliardi, ma ben 2,1 volte maggiore dell’Italia e 2,3 volte maggiore della Francia, ma ciò che colpisce ancora di più è che i paesi emergenti, Cina inclusa, non occupano il primo posto, contrariamente alla percezione pubblica di una Cina che compra, vende e divora ogni cosa in ogni dove.[6]
Le ragioni di questo successo planetario sono molteplici, ma in primo luogo si può affermare che, rispetto alle altre economie europee comparabili per struttura industriale e dimensioni, come Italia e Francia, il principale motivo è l’apertura internazionale dell’economia tedesca e la profonda ripartizione del suo sistema logistico-produttivo tra un numero ampio ma controllato di paesi.
L’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale del commercio sulla centralità delle imprese e delle catene di produzione globali nei processi di globalizzazione economica mostra che, insieme a Stati Uniti e Cina, la Germania è per valore aggiunto uno dei tre grandi centri globali per importazione ed esportazione di prodotti e servizi e, di conseguenza, il maggiore in tutto il continente europeo, Russia inclusa,[7] con il 43% delle esportazioni nette reso possibile proprio dalla partecipazione alle catene del valore globali, in particolare nell’industria delle automobili, delle macchine utensili e della chimica industriale.[8]
Gli ultimi dati dell’Istituto federale di statistica indicano che il primo partner commerciale dell’economia tedesca è la Repubblica Popolare Cinese, con una somma delle esportazioni e delle importazioni pari a circa 213 miliardi di euro – negli stessi termini l’Italia è il sesto partner con circa 114 miliardi di euro complessivi, dopo Paesi Bassi, Stati Uniti, Francia e Polonia, con un valore delle importazioni dalla Germania superiore alle esportazioni di circa 6,5 miliardi.[9]
Se i buoni rapporti tra Berlino e Pechino, oltre alla qualità effettiva dello Hergestellt in Deutschland, sono tra le ragioni della vertiginosa crescita tedesca degli ultimi trent’anni, oggi, invece, gli stessi rapporti sono in crisi per le crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, con i primi che rappresentano il principale garante della sicurezza nazionale all’interno del Patto Atlantico, e con la seconda che costituisce il principale partner commerciale per la generazione di ricchezza nazionale, una condizione che equivale al trovarsi tra incudine e martello.
Tuttavia, la questione non è solo politica, ma anche commerciale, poiché gli scambi internazionali hanno perso slancio da molti anni, precisamente sono passati dal 53,8% del PIL mondiale del 2008 al 42,7% del 2020 come indicano le statistiche della Banca Mondiale.[10]
La grande sfida economica della Germania – e degli altri paesi europei UE – è di trasformare le catene del valore da globali a regionali, più rigorosamente da globali a europee, altrimenti la grande architettura globale tedesca scoppierà come una bolla di sapone.
Il World Resources Institute, un’organizzazione non-profit di ricerca mondiale con sede a Washington, riporta che nel 2018 la Germania ha emesso nell’atmosfera 777 milioni di tonnellate equivalenti di anidride carbonica, risultando il nono paese più inquinante al mondo con l’1,6% delle emissioni di gas serra globali e, conseguentemente, il paese più inquinante nell’Unione Europea, con una quota del 23,5%, seguita da Italia e Francia, rispettivamente con una quota relativa dell’11,7% e del 10,9%, praticamente meno della metà delle emissioni tedesche, indipendentemente dalla dimensione della popolazione residente.[11]
La Germania ambisce a raggiungere emissioni nette zero di gas serra entro il 2045, precisamente cinque anni prima della maggior parte dei paesi, di economie sia avanzate sia emergenti, fissando degli obiettivi intermedi del 65% entro il 2030 e dell’88% entro il 2040, sempre rispetto ai livelli di riferimento del 1990,[12] obiettivi che il parlamento federale ha sancito con un disegno di legge modificando la precedente legge federale sulla protezione del clima su espressa richiesta della Corte costituzionale federale di Karlsruhe, la quale in aprile dichiarava che le politiche climatiche del governo erano insufficienti poiché non proteggevano le libertà dei giovani e delle generazioni future.
Negli ultimi due anni, il governo federale ha stanziato oltre 80 miliardi di euro per investimenti finalizzati a sostenere gli obiettivi della Energiewende, ovvero la decarbonizzazione della società tedesca, interventi che concernono tutti i settori economici del paese, dall’industria all’energia, dalle costruzioni ai trasporti, dall’agricoltura al sistema fiscale.[13]
Tra le molte attività programmate per il raggiungimento delle emissioni nette zero, di certo lo smantellamento completo delle ultime centrali elettriche alimentate a carbone e la chiusura definitiva delle miniere per l’estrazione del carbone entro il 2038 è tra i progetti più ambiziosi e, conseguentemente, tra i più rischiosi.
A complicare la graduale eliminazione dell’industria del carbone tedesca è il basso prodotto regionale lordo che già colpisce le regioni orientali, dove le miniere e le centrali elettriche oggetto della chiusura sono componenti fondamentali delle economie regionali, tra le più povere del paese, e dove il disagio economico e sociale è più grave.
Le regioni dell’est sono le aree in cui l’Alternativa per la Germania, il partito di estrema destra, fiorisce e si è rivelato il primo partito alle ultime elezioni del Parlamento europeo per Brandeburgo e Sassonia, e il secondo per Sassonia-Anhalt.
Lo sforzo è immane e paragonabile a quanto compiuto nella valle della Ruhr negli anni ‘90, con la chiusura delle miniere di carbone e delle acciaierie, ma questa volta è diverso.
Dall’ultimo sondaggio condotto dal governo tedesco per il rapporto annuale sullo stato della riunificazione tedesca, è emerso che il 57% delle persone nelle regioni orientali si sentono cittadini di serie B, e solo il 38% ritiene che la riunificazione sia andata a buon fine, più precisamente, tra i giovani sotto i 40 anni, proprio quelli che da bambini hanno conosciuto la Repubblica Democratica Tedesca, o almeno parzialmente, la cifra è solo del 20% e, ultimo ma non meno importante, quasi la metà dei tedeschi nell’est del paese è insoddisfatto del modo in cui funziona la democrazia.[14]
I risultati catturano uno stato d’animo di frustrazione e amarezza che potrebbe spingere i residenti nella Germania orientale a degenerare nella violenza radicale e nell’estremismo politico. Attacchi omicidi si sono verificati frequentemente nel corso degli ultimi anni, un vero grattacapo che impone al governo federale di agire rapidamente per colmare il divario sociale ed economico tra est e ovest, per il bene della Germania e dell’Unione Europea.
Non c’è bisogno di un dio per avere una Germania forte in una Unione Europea forte, tanto per parafrasare il filosofo Martin Heidegger,[15] è sufficiente piuttosto un cancelliere che abbia ben chiaro che l’unico destino dei tedeschi è con l’Unione Europea, in una prospettiva che vada oltre l’ordinaria amministrazione di uno stato, che aiuti l’Unione Europea a porsi obiettivi e ideali che la portino a diventare in pochi anni la vera potenza economica e politica del mondo, e non solo più una potenza normativa, e infine che gli europei tornino ad essere orgogliosi di essere europei.
L’articolo è stato pubblicato in forma estesa da Aspenia online il 18 settembre 2021.
Riferimenti: [1] Die Bundesregierung informiert über die Corona-Krise, Bundesregierung, 27 settembre 2021; [2] COVID-19 situation update for the EU/EEA, European Centre for Disease Prevention and Control, ultimi dati verificati 8 settembre 2021; [3] Vaccination progress compared, Politico, ultimi dati verificati 6 settembre 2021; [4] Beyond the Pandemic: Five Charts on Germany’s Economic Recovery Plan, International Monetary Fund, 15 luglio 2021; [5] IMF country information, International Monetary Fund, ultimi dati verificati 6 settembre 2021; [6] Wer profitiert am stärksten von der Globalisierung? Globalisierungsreport 2018, Bertelsmann Stiftung; [7]Technical innovation, supply chain trade, and workers in a globalized world, Global Value Chain Development Report 2019, World Trade Organization; [8] Trade in value-added and global value chains: statistical profiles, Word Trade Organization, 2015; [9] Rangfolge der Handelspartner im Außenhandel, Statistisches Bundesamt, 17 agosto 2021; [10] Merchandise trade (% of GDP), The World Bank Group, 2021; [11] Historical GHG Emissions, Climate Watch, World Resources Institute, 2018; [12] Novelle des Klimaschutzgesetzes vom Bundestag beschlossen, Bundesministerium für Umwelt, Naturschutz und nukleare Sicherheit, 24 giugno 2021; [13] Scholz: Deutschland soll Vorreiter beim Klimaschutz werden!, Bundesministerium der Finanzen, 23 giugno 2021; [14] Jahresbericht der Bundesregierung zum Stand der Deutschen, Bundesministerium für Wirtschaft und Energie, 25 settembre 2019; [15] Nur noch ein Gott kann uns retten, intervista a Martin Heidegger, Der Spiegel, 31 maggio 1976