La Svizzera e la transizione energetica
Gösgen Nuclear Power Plant in Däniken, Schölla Schwarz, wikimedia.org
Si parla per la prima volta di transizione energetica nel 1980, quando tre studiosi, Florentin Krause, Hartmut Bossel und Karl-Friedrich Müller-Reißmann, dell’Università di Kassel, in Germania, pubblicano per la Fischer Verlag di Francoforte un libro dal titolo Energiewende. Wachstum und Wohlstand ohne Erdöl und Uran – che nella nostra lingua può essere tradotto come “transizione energetica: crescita e prosperità senza petrolio e uranio”.
Nel loro lavoro, i tre studiosi presentano scenari globali di un futuro energetico alternativo, descrivendo come la crescita economica può essere disaccoppiata dal consumo di elettricità e di altri combustibili, e identificando l’efficienza energetica come la chiave per ridurre nel lungo periodo la domanda di energia, riflessioni molto innovative per quei tempi, che provocano un grande dibattito, prima in Germania e poi nel resto d’Europa, ma è solo nel 1992, dodici anni dopo, che, a Rio de Janerio, la questione diventa globale.
In quello che verrà poi chiamato il Summit della Terra, accade che, per la prima volta nell’era contemporanea, 172 paesi discutono di energie alternative per sostituire l’eccessivo uso, e abuso, di combustibili fossili, conferenza che produce un primo impegno dei paesi partecipanti a ridurre le emissioni di gas serra, senza però stabilirne numericamente le quantità, dunque senza alcun vincolo legale per i paesi aderenti.
Tre anni dopo, a Berlino, si ha la prima Conferenza delle parti, Conference of the parties, da cui l’acronimo COP, due anni dopo, a Kyoto, la COP3, dove 175 paesi si impegnano a ridurre entro il 2012 le emissioni di anidride carbonica e altri cinque gas climalteranti, in una misura non inferiore all’8,65% rispetto ai valori registrati dai singoli paesi nel 1990, per arrivare infine alla COP21 di Parigi nel 2015, dove 195 paesi sui 197 riconosciuti internazionalmente sovrani decidono di ridurre, per la propria quota, le emissioni di gas serra a partire dal 2020 al fine di limitare a 2 °C l’aumento della temperatura media della Terra entro il 2050.
Secondo l’Associazione internazionale dell’energia, che ha sede a Parigi, in Svizzera si producono ogni anno 4,4 tonnellate equivalenti di anidride carbonica pro capite, un numero basso se confrontato con gli Stati Uniti con 14,6 tonnellate oppure con la Germania con 8,7 tonnellate ma abbastanza allineato con l’Italia 5,3 e con la Francia 4,6, risultati eccezionali per Italia e Francia se pensiamo che sono, secondo la Commissione statistica delle Nazioni Unite, rispettivamente il settimo e l’ottavo paese più industrializzato della Terra, se invece si guarda ai più bravi, si trova la Svezia, con 3,7 tonnellate di anidride carbonica per persona.
La Svizzera, che è paese alpino, è particolarmente colpita dai cambiamenti climatici, secondo l’Ufficio federale di meteorologia e climatologia, dal 1864, anno della prima misurazione, la temperatura è aumentata di 2,1 °C, più del doppio rispetto all’aumento della temperatura media globale, che è di 1 °C, sembra poco ma su un periodo di 157 anni gli effetti sull’ecosistema e sulla salute sono considerevoli.
L’Ufficio federale per l’ambiente (UFAM) rileva che il 32,4% delle emissioni è generato dai trasporti, il 24,1% dall’industria e il 16,6% dalle economie domestiche, mentre l’agricoltura e i servizi rappresentano rispettivamente il 14,2 e il 7,6 per cento del totale delle emissioni di gas serra, i gas sintetici e i rifiuti rispettivamente il 3,7 e l’1,4 per cento.
Nello specifico, nel settore dei trasporti sono raggruppate le emissioni del trasporto stradale, di quello navale, ferroviario e del trasporto aereo nazionale, del consumo di carburante dell’esercito e dell’esercizio di gasdotti. Nel 2018 il settore dei trasporti ha contribuito con 15 milioni di tonnellate CO2 eq (32 %) al totale delle emissioni di gas serra. Con una quota del 97 per cento, il trasporto stradale di auto-mobili, autocarri, furgoni, autobus e motocicli occupa il primo posto in termini di emissioni. Le sole automobili rappresentano il 72 per cento delle emissioni del settore. Dal 1990 al 2018 le emissioni delle automobili e degli autocarri sono aumentate rispettivamente del 7 e del 15 per cento.
Per contrastare gli effetti che i cambiamenti climatici hanno sull’ecosistema svizzero come pure sulla salute della popolazione – nel Cantone Ticino si soffre in particolare la grande calura che causa disfunzioni al sistema cardiovascolare e respiratorio – nell’agosto scorso il Consiglio federale ha deciso che entro il 2050 si dovrà avere un saldo nullo delle emissioni, cioè la somma dell’anidride carbonica prodotta dalle attività umane e quella assorbita per via naturale dall’ambiente deve essere zero.
Qualche settimana fa, è arrivata la dichiarazione del Consiglio di Stato di una strategia climatica a lungo termine che formula dieci principi che nei prossimi anni dovranno caratterizzare la politica climatica svizzera.
Tuttavia, in questa circostanza, si è tentati di associarsi a Reto Knutti, professore di fisica climatica al Politecnico di Zurigo, quando dice che una strategia è buona cosa, ma non basta, ci vogliono misure esplicite, cioè un piano strategico per portare a compimento la strategia, piano che, in questo momento, manca ancora.
Secondo il Global Innovation Index, un indice prodotto annualmente dalla Cornell University di Ithaca, l’Insead di Parigi e l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale di Ginevra, la Svizzera è il paese più innovativo al mondo. La transizione energetica si presenta, dunque, come una grande opportunità per le imprese svizzere – e ticinesi – per fare innovazione tecnologica, organizzativa e gestionale, poiché queste tre non possono viaggiare né a velocità diverse né separatamente.
L’attenzione va allora all’industria dei mezzi di produzione delle energie rinnovabili, ai materiali avanzati in essi adoperati, alle tecnologie per fabbricarli, come pure ai sistemi di immagazzinamento e conservazione dell’energia elettrica, particolarmente all’auto elettrica e all’infrastruttura per sostenerla.
Altrettanto importanza meritano i politecnici federali, le scuole professionali cantonali e i centri di ricerca pubblici e privati sia per sostenere lo sforzo scientifico delle imprese sia per monitorare i risultati di certe decisioni di politica industriale, in modo da intervenire prontamente per correggerne gli scostamenti.
Infine, l’attenzione va anche al grandissimo sviluppo delle tecnologie digitali senza le quali la transizione ecologica non potrà avvenire.
L’articolo è stato discusso alla Radio della Svizzera Italiana il 22 febbraio 2021.